Vi è mai capitato di chiedervi perché, nonostante i migliori propositi, finiate per scegliere sempre lo stesso tipo di partner emotivamente indisponibile? O perché vi ritroviate puntualmente invischiati in dinamiche lavorative tossiche, dove si replicano dinamiche di svalutazione perfettamente identiche a quelle vissute nell’infanzia?
Nella pratica clinica di noi psicologi, questo scenario rappresenta un vero e proprio leitmotiv. I pazienti arrivano in studio manifestando un profondo senso di frustrazione e impotenza di fronte a una forza misteriosa che sembra spingerli, quasi magneticamente, verso le stesse situazioni di sofferenza.
In psicoanalisi, questa forza ha un nome ben preciso: coazione a ripetere (in tedesco, Wiederholungszwang).
Non si tratta di sfortuna, né di un destino cinico e baro. È un meccanismo psicologico inconscio e potente.
Comprendere la coazione a ripetere significa accendere una luce nei sotterranei della nostra mente, trasformando il “destino” in una storia che può finalmente essere riscritta.
1. La genesi del concetto: Sigmund Freud e la svolta del 1920
Per comprendere appieno la coazione a ripetere, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo ed entrare nella stanza d’analisi di Sigmund Freud. Il padre della psicoanalisi si scontrò con questo fenomeno clinico modificando radicalmente l’impalcatura della sua stessa teoria della mente.
Oltre il principio di piacere
Fino al 1920, Freud era convinto che l’apparato psichico fosse governato esclusivamente dal principio di piacere, ovvero dal tentativo costante di massimizzare il piacere e ridurre al minimo il dispiacere, regolando l’omeostasi e scaricando la tensione.
Tuttavia, l’osservazione dei pazienti e gli eventi storici dell’epoca misero in crisi questo modello:
- I nevrotici di guerra: i reduci della Prima Guerra Mondiale continuavano a rivivere nei loro sogni gli scenari terrificanti del fronte, svegliandosi nell’angoscia. Perché la mente ricreava un incubo così distruttivo se il suo fine ultimo era il piacere?
- Il gioco del “Fort-Da”: osservando suo nipote di un anno e mezzo, Freud notò che il bambino lanciava un rocchetto di filo lontano da sé facendolo sparire dietro la tenda, esclamando “Fort” (via), per poi tirarlo nuovamente a sé con il filo, esclamando “Da” (qui). Il bambino non ripeteva un’esperienza piacevole, ma metteva in scena l’evento traumatico e doloroso della separazione dalla madre.
- La reazione terapeutica negativa: alcuni pazienti, di fronte ai progressi della terapia, peggioravano misteriosamente, aggrappandosi con tenacia alla propria sofferenza.
La pulsione di morte (Thanatos)
Nel saggio fondamentale Al di là del principio di piacere (1920), Freud teorizzò che la coazione a ripetere fosse un principio più primitivo e indipendente dal principio di piacere.
Essa risponde a una forza conservativa insita nella materia vivente: la pulsione di morte (Thanatos), che tende a riportare l’organismo a uno stato inorganico e indifferenziato.
Nella clinica, la coazione a ripetere si manifesta quando il paziente, anziché ricordare il passato rimosso, lo mette in atto attraverso il comportamento, proiettandolo soprattutto nella relazione con il terapeuta: il transfert.
Il trauma non integrato non può diventare memoria narrativa; diventa quindi un copione teatrale che il soggetto è costretto a recitare all’infinito.
2. Il contributo di Vittorio Lingiardi: il masochismo relazionale e i tratti di personalità
Se Freud ha gettato le basi biologiche e pulsionali del concetto, la psicoanalisi contemporanea ha letto la coazione a ripetere attraverso una lente prettamente relazionale e interpersonale.
In Italia, uno dei contributi più significativi in tal senso proviene da Vittorio Lingiardi, psichiatra, psicoanalista e ordinario di psicologia clinica.
Nel suo saggio Arcipelago N. Variazioni sul narcisismo — e più in generale nei suoi approfondimenti sulla diagnosi psicoanalitica e sui disturbi di personalità, documentati anche nel PDM-2 – Manuale Diagnostico Psicodinamico — Lingiardi esplora i territori del masochismo relazionale o personalità autodistruttiva, slegandolo dalla mera perversione sessuale per ricondurlo a una specifica organizzazione del carattere.
La funzione del masochismo nella ripetizione
Perché una persona dovrebbe autosabotarsi o legarsi a partner abusanti?
Il comportamento masochistico non cerca necessariamente il dolore in quanto tale, ma può tollerare il dolore come prezzo inevitabile per mantenere intatta una relazione o un legame oggettuale vitale.
“Il masochista preferisce soffrire pur di non essere abbandonato.”
In questa prospettiva, la coazione a ripetere nel carattere masochistico risponde a bisogni psichici ben precisi:
1. Controllo dell’imprevedibilità
Se una persona ha vissuto un’infanzia caratterizzata da rifiuti, violenze o abbandoni, l’unica realtà che conosce è quella. Ripetere lo scenario traumatico nell’età adulta è paradossalmente rassicurante rispetto all’ignoto.
Il dolore familiare è preferibile a una felicità sconosciuta che genera angoscia di frammentazione.
2. Espiazione del senso di colpa
Il bambino che subisce un trauma o una carenza affettiva, non potendo tollerare l’idea che il genitore sia “cattivo”, poiché ne dipende per la sopravvivenza, assume la colpa su di sé:
“Sono io che sono cattivo, per questo mamma/papà mi punisce.”
La coazione a ripetere diventa un modo inconscio per punirsi e placare un Super-Io severo e sadico.
3. Il tentativo di riscatto: l’illusione della redenzione
Ci si lega a un partner freddo e svalutante perché, inconsciamente, si spera di riuscire finalmente a “cambiarlo”, ottenendo quell’amore e quel riconoscimento che il genitore originario non ha mai concesso.
È la scommessa nevrotica:
“Questa volta andrà diversamente.”
Purtroppo, la scelta può ricadere nuovamente su un oggetto incapace di rispondere a questo bisogno, garantendo il fallimento e la replica del trauma.
3. La coazione a ripetere nella storia della psicoanalisi
Il concetto di coazione a ripetere ha subito profonde metamorfosi nel corso del Novecento, arricchendosi grazie alle intuizioni di diversi clinici che ne hanno modificato anche l’approccio terapeutico.
Sándor Ferenczi: il trauma reale
Contemporaneo di Freud, Ferenczi spostò l’accento dalle fantasie pulsionali al trauma reale e all’abuso subìto nell’infanzia.
Per Ferenczi, la ripetizione è l’esito di una scissione psichica: una parte del Sé rimane congelata al momento del trauma.
La ripetizione nel transfert non è solo una resistenza, ma un grido d’aiuto affinché il terapeuta fornisca quell’accoglimento empatico e quella “correzione” relazionale che sono mancate all’origine.
Melanie Klein: l’identificazione proiettiva
Nella prospettiva kleiniana, la coazione a ripetere è strettamente legata al mondo interno degli oggetti buoni e cattivi e ai meccanismi di difesa primari.
Attraverso l’identificazione proiettiva, il paziente non si limita a vedere il terapeuta — o il partner — come svalutante, ma si comporta in modo tale da indurre l’altro ad agire concretamente la svalutazione.
È una drammatizzazione attiva nella quale il soggetto porta l’ambiente esterno a conformarsi al proprio scenario interno traumatico.
Heinz Kohut e la Psicologia del Sé
Per Kohut, i fallimenti empatici dei genitori — i traumi da deficit d’oggetto-Sé — impediscono lo sviluppo di un Sé coeso.
La coazione a ripetere le relazioni fallimentari rappresenta il tentativo cronico del Sé di cercare un “Oggetto-Sé” che possa finalmente svolgere quelle funzioni di rispecchiamento e idealizzazione necessarie alla salute psichica.
La ripetizione ha dunque una componente motivazionale orientata alla guarigione, sebbene fallimentare nei suoi esiti automatici.
La teoria dell’attaccamento: John Bowlby e i MOI
Pur distanziandosi dalla psicoanalisi classica, John Bowlby ha fornito una spiegazione integrata della coazione a ripetere attraverso il concetto di Modelli Operativi Interni (MOI).
I MOI sono mappe cognitive ed emotive che il bambino costruisce in base alle risposte della figura di attaccamento.
Se l’attaccamento è insicuro o disorganizzato, il bambino può interiorizzare l’idea che l’altro sia inaffidabile o pericoloso e che il Sé sia indegno d’amore.
Da adulto, la persona utilizzerà queste mappe per leggere la realtà e scegliere i partner, confermando continuamente le proprie aspettative negative e perpetuando il ciclo dell’attaccamento insicuro.
4. Manifestazioni cliniche: come riconoscerla nella vita quotidiana
La coazione a ripetere non è un concetto astratto da manuale: si incarna in comportamenti precisi, schemi relazionali rigidi e stili di vita autosabotanti.
5. Il senso oltre il dolore: perché la mente ripete il trauma?
C’è un paradosso fondamentale nella coazione a ripetere:
perché la nostra psiche mette in atto qualcosa che fa così male?
Oltre alle motivazioni teoriche espresse da Freud e Lingiardi, possiamo sintetizzare la funzione di questo meccanismo in tre punti chiave.
1. L’illusione del controllo attivo
Nel trauma infantile, il bambino è una vittima passiva, impotente di fronte all’adulto o agli eventi.
Nella coazione a ripetere da adulti, il soggetto diventa invece il regista o l’attore principale della situazione. C’è l’illusione inconscia che, ricreando attivamente la situazione, questa volta si possa controllare l’esito e vincere la partita.
2. Il linguaggio del corpo e dell’azione
Ciò che non può essere tradotto in parole, simbolizzato e integrato nella coscienza, si esprime attraverso l’azione (acting out).
Il corpo e il comportamento mettono in scena il dolore muto.
La ripetizione diventa così un tentativo primitivo di comunicazione e di elaborazione.
3. La familiarità della sofferenza
La mente umana tende a ricercare la prevedibilità. Per quanto una situazione sia dolorosa, se è nota può richiedere meno sforzo cognitivo ed emotivo rispetto a una situazione radicalmente nuova.
La felicità, la stabilità e la pace possono rappresentare un salto nel buio che spaventa un Io fragile o traumatizzato.
6. Il percorso di cura: come spezzare la catena in psicoterapia
Uscire dal labirinto della coazione a ripetere è possibile, ma richiede un lavoro terapeutico profondo e paziente.
Non bastano i consigli degli amici, né la sola comprensione intellettuale del problema:
“So di scegliere partner sbagliati, ma non riesco a farne a meno.”
È necessaria un’elaborazione emotiva e relazionale che avviene all’interno del setting psicoterapeutico.
Il ruolo del transfert e del controtransfert
Il primo terreno di gioco è la relazione terapeutica stessa.
Il paziente può provare a strutturare il rapporto con il terapeuta ricalcando i vecchi schemi: cercherà di farsi svalutare, tenterà di compiacere il terapeuta in modo nevrotico oppure proietterà su di lui l’aspettativa del rifiuto.
Il compito dello psicoterapeuta è duplice:
- Non stare al gioco (evitare l’enactment): il terapeuta deve monitorare il proprio controtransfert — le risposte emotive interne alle sollecitazioni del paziente — per evitare di agire la risposta che il paziente si aspetta.
- Fornire un’esperienza emotiva correttiva: laddove il paziente si aspetta il rifiuto, trova accoglimento; laddove si aspetta la svalutazione, trova curiosità e rispetto. Questa discrepanza scardina gradualmente il vecchio modello operativo interno.
Dal “mettere in atto” al “ricordare e verbalizzare”
Il nucleo del cambiamento consiste nel trasformare l’azione in parola.
Quando il paziente riesce a sentire l’angoscia originaria, a piangere il lutto del bambino non amato e a nominare il trauma senza doverlo agire nel presente, la coazione a ripetere perde la sua spinta propulsiva.
Sviluppare la funzione riflessiva
La terapia mira a potenziare la capacità di mentalizzazione, o funzione riflessiva: la capacità di leggere i propri comportamenti e quelli altrui in termini di stati mentali, intenzioni, desideri e credenze.
Diventando osservatori consapevoli dei propri automatismi, si acquisisce quello spazio mentale che permette di scegliere come agire, anziché reagire automaticamente.
Conclusione: verso la libertà di scegliere
La coazione a ripetere ci condanna a vivere in un eterno presente, una sorta di “Giorno della Marmotta” emotivo, in cui il passato deforma e contamina ogni possibilità di futuro.
È una prigione senza sbarre visibili, le cui chiavi sono nascoste proprio nelle stanze più buie della nostra storia personale.
Iniziare un percorso di psicoterapia psicodinamica non significa cancellare il passato o dimenticare le ferite subìte.
Significa, piuttosto, guardare quelle ferite, comprenderne l’origine e smettere di usarle come mappa per navigare nel mondo di oggi.
Spezzare la catena della ripetizione significa fare spazio al nuovo, all’inedito e alla possibilità di essere felici fuori dai vecchi copioni protettivi ma distruttivi.
La libertà non è l’assenza di una storia, ma la capacità di diventarne gli autori consapevoli.
Bibliografia e riferimenti
Per chi desiderasse approfondire le tematiche trattate in questo articolo, si consiglia la lettura dei seguenti testi cardine della letteratura psicoanalitica:
- Alexander, F., French, T. M. (1946). Psychoanalytic Therapy: Principles and Application. New York: Ronald Press. (Tr. it. La terapia psicoanalitica, Firenze: Sansoni, 1978).
- Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development. London: Routledge. (Tr. it. Una base sicura, Milano: Raffaello Cortina Editore, 1989).
- Ferenczi, S. (1932). Das Klinische Tagebuch. (Tr. it. Diario clinico, Milano: Raffaello Cortina Editore, 1988).
- Freud, S. (1914). Nuove osservazioni sulla psiconevrosi di difesa. In Opere (OSF), vol. 2. Torino: Boringhieri.
- Freud, S. (1920). Al di là del principio di piacere. In Opere (OSF), vol. 9. Torino: Boringhieri.
- Klein, M. (1946). Note su alcuni meccanismi schizoidi. In Invidia e gratitudine, Firenze: Martinelli, 1969.
- Kohut, H. (1971). The Analysis of the Self. New York: International Universities Press. (Tr. it. Narcisismo e analisi del Sé, Torino: Boringhieri, 1976).
- Lingiardi, V. (2021). Arcipelago N. Variazioni sul narcisismo. Torino: Einaudi.
- Lingiardi, V., McWilliams, N. (a cura di) (2020). PDM-2. Manuale Diagnostico Psicodinamico. Milano: Raffaello Cortina Editore.